Cronache poeticheBlog di Alessandro Canzian |
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giovedì, 07 febbraio 08 23:10
Ero e LeandroUna delle opere greche che più amo è sicuramente Ero e Leandro di Museo (VI secolo d.C.). La metto in nota nella traduzione che ne fa Alberto Bevilacqua, perchè è sempre una dolceagra lettura dell'amore, e della vita, che annegano nel mare della realtà. E della gioia, di cui si è parlato alcuni giorni fa.
(una curiosità, pare che Byron per verificare l'autenticità della narrazione abbia percorso a nuoto l'Ellesponto, come avrebbe fatto Leandro)
ERO E LEANDRO
Vorrei che mi raccontassi, o Dea, della lampada che fu testimone di amori segreti e del notturno navigatore di imenei oltre il mare e di tutte le nozze segrete che l'alba immortale non volle vedere... E di Sesto e di Abido, laddove io ascolto favolose storie sulle nozze di Ero e del nuotatore Leandro... Raccontano della lampada che annunciò i messaggi di Afrodite, quel segnale d'amore che si trasformò nelle nozze notturne di Ero, che Zeus -l'Eterno- avrebbe dovuto inserire nell'armonia delle stelle, farne un astro propizio d'amore, perchè si coivolse in affanni amorosi e costodì la novella d'insonni imenei prima che soffiasse su di lei il vento delle avversità. Canta per me, ti prego, la morte di quel lume e di Leandro, che si estinsero insieme.
Sesto ed Abido si fronteggiavano sulle rive del mare. Due città vicine. Tendendo contro entrambe il suo arco, Amore con un solo dardo infiammò un giovane e una vergine: lui, di nome, Leandro e la fanciulla Ero. Astri splendenti delle due città, pari fra loro in bellezza. Se ti capitasse un giorno di passare laggiù, cercami la torre dove un tempo la Sestiade Ero si aggirava tenendo in mano la lampada ch'era guida a Leandro, cercami il piangere che ancora risuona nello stretto di Abido, perchè la sorte di Leandro fu il morire d'amore.
Ma come Leandro, che viveva in Abido, s'invaghì di Ero, lei ricambiandolo dello stesso amoroso desiderio?
Ero leggiadra e di nobile stirpe e di Ciprìde sacerdotessa, ignara di nozze, nella sua torre avita che s'affacciava al mare, quasi novella Ciprìde sovrana... Fu saggezza o pudore a trattenerla? Certo, non partecipava agli intriganti gruppi delle donne e nemmeno alle graziose danze dei suoi coetanei, evitando così l'invidioso biasimo femminile: ché le donne sono sempre invidiose della bellezza. Temendo l'ardente faretra di Amore, aveva cura di placarlo con offerte, propiziando anche la madre celeste, la Citerea Afrodite. Ma nulla servì ad evitarle gli infuocati strali...
Ecco infatti animarsi la festa popolare di Ciprìde, che in Sesto si celebra per Adone e Citerea. Al sacro giorno arrivarono da ogni parte, in gran folla, quanti abitavano le isole estreme incoronate dal mare: chi dall'Emonia, chi dalla marina Cipro. Nessuna donna restò per la città di Citera, e alla festa non mancarono coloro che intrecciano danze sulle pendici del profumato Libano, né l'abitante di Frigia, né il cittadino di Abido. Nessuno mancò dei giovani vaghi di fanciulle, che sempre accorrono in frotta laddove si trama di feste, non già per offrire sacrifici agli immortali, ma per gustare la bellezza delle fanciulle che vi convengono.
E lei, la vergine Ero, veniva verso il tempio della dea, col volto dove lo splendore della grazia faceva pensare alla pallida luna sorgente, incarnandosi nella guancia il candore e il rossore, quasi una rosa dai due colori dritta dal calice... Avresti detto che nel corpo di Ero si poteva immaginare un prato di rose: dalla bianca veste roseo risplendeva anche il suo piede nel passo. Molte grazie si effondevano dalle sue membra. E sbagliarono gli antichi affermando che le Grazie sono tre sole: ché cento grazie fiorivano negli occhi ridenti di Ero. E Ciprìde non avrebbe potuto trovare sacerdotessa più degna.
Primeggiò, di gran lunga, fra le donne: novella Ciprìde più ancora che di Ciprìde sacerdotessa. Colpì le tenere menti dei giovani e non ci fu nessuno che non provasse un'incontenibile voglia sognando di avere Ero compagna di letto... .............................................
E tu, o sventurato Leandro, non appena vedesti Ero, non riuscisti a nascondere nel tuo cuore quell'amoroso tormento, non sopportando l'idea di vivere privo della fanciulla che ti aveva folgorato. Fu il lampo degli sguardi che accesero una crescente fiamma d'amore, quel fuoco che invade e si fa invincibile... ............................................. Stupore, audacia, tremore, vergogna colsero Leandro: tremore e vergogna al pensiero d'essere vinto, stupì del bellissimo aspetto, poi tutto ardentemente si dissolse. Con mossa ardita, l'audacia fondendosi col suo passo timoroso, avanzò e fu di fronte alla vergine: la guardò come si cerca di ingannare la realtà che si teme, e a cenni, senza parole, cercò di sedurre il cuore di Ero. E lei, comprendendone il gioco di desideri, fu felice della propria bellezza e in silenzio girò i bellissimi occhi, rispondendo con cenni furtivi al furtivo richiamo di lui, fino ad abbassare le palpebre. E Leandro in cuor suo esultò. perchè il suo desiderio era stato capito e non veniva respinto.
Mentre, dunque, Leandro attendeva l'ora occulta, l'Aurora raccoglieva la sua luce per il tramonto e dall'estremo orizzonte si levò la stella di Espero che annuncia la tenebra fonda. Come vide levarsi il fondo mantello del buio, Leandro si avvicinò di nuovo arditamente a Ero: con dolcezza premendone le rosee dita, dando gesto al proprio sospiro. E lei, in silenzio, quasi sdegnosa, ritrasse la rosea mano. Come dell'amabile Ero subì lo smarrito gesto, egli di nuovo con audacia ne afferrò il ben lavorato chitone, conducendola verso gli intimi recessi del tempio. La vergine Ero lo seguì esitando, restìa nel passo, e finalmente le uscì la voce, per dire a Leandro con tenera e femminile minaccia:
"Straniero, che pazzia è mai questa? Dove e perchè mi stai portando? Lascia il mio chitone. Evita l'ira dei miei ricchi genitori. Non è per te una sacerdotessa di Ciprìde, al cui letto di vergine non è possibile arrivare".
Avvertimenti che si addicevano a una vergine. ma Leandro capì che il fervore della femminile minaccia nascondeva i segni di una vergine già persuasa: le ripulse delle donne, infatti, spesso non sono che il propizio avvio ad amorosi conversari. E baciando il bellissimo, odoroso collo di lei, Leandro parlò ancora col suo desiderio:
"O Cipri a me diletta dopo Cipri, Atena dopo Atena, io non ti vedo una delle tante donne mortali, ma come le figlie di Zeus Cronide. Felice colui che ti generò, felice la madre che ti concepì, e assai beato il grembo che ti portò... Ascoltami, io ti prego, ed abbi pietà per l'amore che mi impone la sua forza. Sei sacerdotessa di Ciprìde. Non è giusto che una vergine serva Citerea, ché Cipri non si compiace di vergini...". ............................................. Quel dolceamaro pungolo d'amore, lei già l'aveva accolto, tanto da ardere in cuore di dolce fuoco: turbata dalla bellezza dell'amabile Leandro. E mentre lei teneva china la testa, lui, con sguardo smanioso d'amore, non si stancava di ammirare il suo delicato collo di vergine. Infine, dopo i silenzi, più dolcemente, trovò parole da dire a Leandro, il rossore facendosi sul suo volto quasi stille purpuree: "Straniero, col tuo dire smuoveresti anche una pietra. Chi ti insegnò tanta insidia? E chi, ahimè, ti condusse a questa terra che è la mia patria?... ............................................. Ma dimmi, senza più nasconderti, il tuo nome e la tua patria, visto che il mio ora ti è noto. Eccolo: Ero è il mio inclito nome. Ed è casa mia una torre famosa, che si leva al cielo, dove abitando con un'unica ancella, per l'odioso volere dei miei genitori, sulla riva ondosa che fronteggia la città di Sesto, ho, mio solo vicino, il mare. Non voci di fanciulle coetanee mi raggiungono, nè le musiche delle giovani danze: soltanto e sempre, nel buio e nell'alba, ai miei orecchi batte la voce ventosa del mare".
Così dicendo, di nuovo, le prendeva pudore delle proprie parole e una sorta di biasimo, e la guancia sotto il manto celava.
Ma troppo era il desiderio di Leandro, che andava meditando nuove mosse al certame d'amore: poiché Amore è scaltro, quando bersaglia coi suo dardi un uomo, procurando ferite che può sanare in fretta, ma all'uomo di cui diventa padrone, può anche apportare un consiglio... Venne, dunque, in soccorso all'innamorato Leandro. Suoi furono i sospiri e le accorte parole, attraverso Leandro.
"O fanciulla, per amor tuo varcherò anche il mare più furioso, anche se ribollisse di fuoco e l'onda non fosse navigabile. Muovendo al tuo letto, non ci sarebbe tempesta, col suo risonante fragore a procurarmi paura... Sempre verrò a te, la notte, consolante consorte, a nuoto attraversando l'Ellesponto dall'impetuosa corrente: non lontano, infatti, io vivo, nel castello di Abido... Tu soltando, dall'eccelsa tua torre, dovrai mostrarmi di lontano accesa una lampada nelle tenebre, affiché scorgendola io possa trasformarmi in nave d'Amore, avendo quella tua lampada per stella... Al dolce porto della tua patria giungerò, mirando a quel lume, e non a Boote che tardi tramonta, non all'audace Orione, né all'asciutto solco del Carro... Ma, bada, mia cara, all'insidioso capriccio dei venti, che non abbiano a spegnerla, la lampada, mia guida, se no morirei. E ora, se vuoi conoscerlo, il mio nome, Leandro io mi chiamo, marito di Ero dalla bella corona".
Così essi decisero di unirsi in occulte nozze, e patto si scambiarono di attendere al notturno amore, essendo la testimonianza della lampada l'annunzio degli imenei. Lei protendendo la luce, lui varcando i larghi flutti. Veglia pattuita d'insonni imenei... Si separarono a malincuore: lei mosse alla torre, lui, per non smarrirsi attraverso la tenebrosa notte, già scrutando i segni di festa che languivano sulla torre, fu attento al ritorno fra la gente di Abido dalle sponde scoscese. Il desiderio degli occulti, notturni convegni s'era già fatto attesa e l'augurio del talamo già una dolcissima ombra.
Ed ecco spuntare la notte e il mondo ammantarsi di buio, agli uomini il sonno apportando ma non all'innamorato Leandro: sulla riva del mare fragoroso di risacca, egli aspettava il messaggio degli imenei, ansiosamente spiando che il segno apparisse della lucerna fatale, promessa ardente di nozze. Già alla vista delle prime ombre dell'inquieta notte, Ero espose la lampada e al suo risplendere Amore di uguale luce infiammò il cuore dell'impaziente Leandro... ............................................. e dalla riva spiccò un balzo, affondando la sua nudità nel mare; s'affrettava diritto verso la lampada ardente, egli stesso rematore di sé, e passeggero, egli nave a se stesso.
Ero, intanto, portatrice di luce in cima all'eccelsa torre, contro lo spirare dei venti funesti spesso faceva schermo col manto alla lampada, finché a gran fatica Leandro giunse al porto di Sesto... Portandolo alla torre, già sulla porta lei abbracciò in silenzio lo sposo ansimante, che stillava dal capo gocce di mare... E furono nei recessi della sua stanza verginale, ora pronta per le nozze. Tutto deterse Ero il corpo a Leandro e lo unse d'olio che profumava di rose, cancellandone l'odore del mare; e sul morbido letto stringendosi allo sposo ancora ansante, gli rivolse parole innamorate:
"Sposo, che molto hai sofferto, come nessun altro sposo avrebbe affrontato sfide, e già troppo t'afflissero l'acqua marina e il fragore, assieme al suo odore pescoso. La tua fatica qui sul mio seno deponi".
Queste le sue parole: e subito Leandro le sciolse il cinto e adempirono ai riti della Benigna Citera. E furono nozze, ma senza cori. E talamo vi fu, ma senza inni. Nessuno invocò cantando la pronuba Era, né il bagliore delle tede nuziali illuminò il letto: né alcun piede si mosse in agile danza, né il padre e la madre veneranda innalzarono imenei... Stese le coltri, nell'ora del rito nuziale, solo il silenzio preparò il talamo e l'ombra adornò la sposa... Ah, nozze senza inni di imenei!... Solo la notte, ai due, allestiva le nozze, e mai lo sposo Leandro vide sorgere l'aurora sul fervido letto... V'era ancora un respiro di notte e di imenei, quando di nuovo nuotava verso il popolo di Abido di fronte... Ed Ero dal lungo peplo, vergine di giorno, era sposa la notte, di nascosto ai genitori: e quanto i due giovani desiderarono che il giorno giungesse al tramonto!
Così essi mantenendo occulta l'inevitabile forza dell'amore, si godevano una Venere furtiva. Ma breve tempo durò la loro vita nella gioia, né a lungo gioirono nelle loro ansie d'amore errabonde. Quando arrivò la stagione del rigido inverno, agitato agitando i vortici di impetuose tempeste, e i labili abissi e i fondi del mare sconvolgendosi ai venti furiosi, flagellando il turbine il mare tutto, trasse il nocchiero ormai la nera nave sull'asciutta terra, evitando il mare procelloso e malfido ... Ma non trattenne te, o intrepido Leandro, il terrore delle marine tempeste: l'annuncio della consueta luce che mandava il messaggio dalla torre, ti spinse a sfidare l'altro, spietato, infido messaggio della furia del mare... Al giungere dell'inverno avrebbe dovuto l'infelice Ero starsene lungi da Leandro e non accendere più l'astro fugace del talamo; ma chi può sfuggire al nodo di amore e destino? E lei, ammaliata, delle Parche accese le faci, non degli Amori.
Era la notte, allora, che più i venti, con tempestosi flutti sibilanti, tutti insieme si avventano sul mare che spazza via. E Leandro, sul dorso del mare dal sinistro fragore, era portato dalla speranza: della compagna ormai complice... E già onda si rovesciava su onda, l'acqua si sollevava in montagne, cielo e mare in un tutt'uno di mischia, la battaglia dei venti esplodeva da ogni parte... Contro Zefiro Euro spirava, e Noto e Borea fiere minacce scagliava: continuo rimbombo del mare in ribollente fragore... Fra i gorghi implacabili, il misero Leandro più volte pregò la marina Afrodite, più volte lo stesso signore del mare, Poseidone, e ricordò a Borea insensibile la sua attica sposa: ma nessuno venne in soccorso, né Amore tenne lontane le Parche. Sbattuto dall'impeto ostile delle ondate che s'abbattevano da ogni parte, Leandro era trasportato qua e là: gli mancò la forza fino allora instancabile... L'acqua gli penetrò copiosamente in gola ed egli pur lottando bevve a fiotti il mare amaro... Intanto, crudelmente il vento spegneva la lampada infida e insieme spense la vita e l'amore dello sventurato Leandro... .............................................
E lei, Ero, non vedendolo arrivare, stava con occhi insonni, con la sua grande tempesta di lacrime e affanni. Venne l'aurora ed Ero non vide lo sposo. Spingeva ovunque lo sguardo sul dorso sconfinato del mare, sperando che in qualche luogo apparisse lo sposo smarrito a causa della lampada spenta: ma poi lo vide, il morto consorte, lacerato dagli scogli, a piè della torre... Si stracciò sul petto la bella veste, con impeto si lanciò a capofitto dalla torre.
Ed Ero morì con il morto consorte: e fu un'estrema gioia vivere ancora, l'un dell'altro, l'ultima sorte.
(Museo, Ero e Leandro, trad. di Alberto Bevilacqua) leggi i commenti
Byron... un ribelle ma dall'intelligenza fuori dal comune. Grazie per aver condiviso quest'opera. --- Il mio sito sugli orologi da polso inserisci un commento
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