Cronache poetiche

Blog di Alessandro Canzian

Ero e Leandro

Una delle opere greche che più amo è sicuramente Ero e Leandro di Museo (VI secolo d.C.). La metto in nota nella traduzione che ne fa Alberto Bevilacqua, perchè è sempre una dolceagra lettura dell'amore, e della vita, che annegano nel mare della realtà. E della gioia, di cui si è parlato alcuni giorni fa.

 

(una curiosità, pare che Byron per verificare l'autenticità della narrazione abbia percorso a nuoto l'Ellesponto, come avrebbe fatto Leandro)

 

 

 

ERO E LEANDRO

Vorrei che mi raccontassi, o Dea, della lampada

che fu testimone di amori segreti e del notturno

navigatore di imenei oltre il mare e di tutte

le nozze segrete che l'alba immortale non volle

vedere... E di Sesto e di Abido, laddove io ascolto

favolose storie sulle nozze di Ero e del nuotatore Leandro...

Raccontano della lampada che annunciò i messaggi

di Afrodite, quel segnale d'amore che si trasformò

nelle nozze notturne di Ero, che Zeus -l'Eterno-

avrebbe dovuto inserire nell'armonia delle stelle,

farne un astro propizio d'amore, perchè si coivolse

in affanni amorosi e costodì la novella d'insonni imenei

prima che soffiasse su di lei il vento delle avversità.

Canta per me, ti prego, la morte di quel lume

e di Leandro, che si estinsero insieme.

Sesto ed Abido si fronteggiavano sulle rive del mare.

Due città vicine. Tendendo contro entrambe il suo arco,

Amore con un solo dardo infiammò

un giovane e una vergine: lui, di nome,

Leandro e la fanciulla Ero. Astri splendenti

delle due città, pari fra loro in bellezza.

Se ti capitasse un giorno di passare laggiù,

cercami la torre dove un tempo la Sestiade Ero si aggirava

tenendo in mano la lampada ch'era guida a Leandro,

cercami il piangere che ancora risuona nello stretto

di Abido, perchè la sorte di Leandro fu il morire d'amore.

Ma come Leandro, che viveva in Abido, s'invaghì

di Ero, lei ricambiandolo dello stesso amoroso desiderio?

Ero leggiadra e di nobile stirpe e di Ciprìde

sacerdotessa, ignara di nozze, nella sua torre avita

che s'affacciava al mare, quasi novella Ciprìde sovrana...

Fu saggezza o pudore a trattenerla? Certo, non partecipava

agli intriganti gruppi delle donne e nemmeno

alle graziose danze dei suoi coetanei, evitando così

l'invidioso biasimo femminile: ché le donne sono

sempre invidiose della bellezza. Temendo l'ardente faretra

di Amore, aveva cura di placarlo con offerte, propiziando

anche la madre celeste, la Citerea Afrodite.

Ma nulla servì ad evitarle gli infuocati strali...

Ecco infatti animarsi la festa popolare di Ciprìde,

che in Sesto si celebra per Adone e Citerea.

Al sacro giorno arrivarono da ogni parte, in gran folla,

quanti abitavano le isole estreme incoronate dal mare:

chi dall'Emonia, chi dalla marina Cipro. Nessuna

donna restò per la città di Citera, e alla festa

non mancarono coloro che intrecciano danze

sulle pendici del profumato Libano, né l'abitante

di Frigia, né il cittadino di Abido. Nessuno mancò

dei giovani vaghi di fanciulle, che sempre accorrono

in frotta laddove si trama di feste, non già

per offrire sacrifici agli immortali, ma per gustare

la bellezza delle fanciulle che vi convengono.

E lei, la vergine Ero, veniva verso il tempio

della dea, col volto dove lo splendore della grazia

faceva pensare alla pallida luna sorgente, incarnandosi

nella guancia il candore e il rossore, quasi una rosa

dai due colori dritta dal calice... Avresti detto

che nel corpo di Ero si poteva immaginare un prato

di rose: dalla bianca veste roseo risplendeva

anche il suo piede nel passo. Molte grazie

si effondevano dalle sue membra. E sbagliarono

gli antichi affermando che le Grazie sono tre sole:

ché cento grazie fiorivano negli occhi ridenti di Ero.

E Ciprìde non avrebbe potuto trovare sacerdotessa più degna.

Primeggiò, di gran lunga, fra le donne: novella Ciprìde

più ancora che di Ciprìde sacerdotessa. Colpì le tenere menti

dei giovani e non ci fu nessuno che non provasse

un'incontenibile voglia sognando di avere Ero compagna di letto...

.............................................

E tu, o sventurato Leandro, non appena vedesti Ero, non riuscisti

a nascondere nel tuo cuore quell'amoroso tormento,

non sopportando l'idea di vivere privo della fanciulla

che ti aveva folgorato. Fu il lampo degli sguardi

che accesero una crescente fiamma d'amore,

quel fuoco che invade e si fa invincibile...

.............................................

Stupore, audacia, tremore, vergogna colsero Leandro:

tremore e vergogna al pensiero d'essere vinto, stupì

del bellissimo aspetto, poi tutto ardentemente si dissolse.

Con mossa ardita, l'audacia fondendosi col suo passo

timoroso, avanzò e fu di fronte alla vergine:

la guardò come si cerca di ingannare

la realtà che si teme, e a cenni, senza parole, cercò

di sedurre il cuore di Ero. E lei, comprendendone il gioco

di desideri, fu felice della propria bellezza e in silenzio

girò i bellissimi occhi, rispondendo con cenni furtivi

al furtivo richiamo di lui, fino ad abbassare le palpebre.

E Leandro in cuor suo esultò.

perchè il suo desiderio era stato capito e non veniva respinto.

Mentre, dunque, Leandro attendeva l'ora occulta, l'Aurora

raccoglieva la sua luce per il tramonto e dall'estremo

orizzonte si levò la stella di Espero che annuncia

la tenebra fonda. Come vide levarsi il fondo mantello

del buio, Leandro si avvicinò di nuovo arditamente a Ero:

con dolcezza premendone le rosee dita, dando gesto

al proprio sospiro. E lei, in silenzio, quasi sdegnosa, ritrasse

la rosea mano. Come dell'amabile Ero subì

lo smarrito gesto, egli di nuovo con audacia ne afferrò

il ben lavorato chitone, conducendola verso gli intimi

recessi del tempio. La vergine Ero lo seguì

esitando, restìa nel passo, e finalmente

le uscì la voce, per dire a Leandro con tenera

e femminile minaccia:

"Straniero, che pazzia

è mai questa? Dove e perchè mi stai portando?

Lascia il mio chitone. Evita l'ira dei miei ricchi

genitori. Non è per te una sacerdotessa di Ciprìde,

al cui letto di vergine non è possibile arrivare".

Avvertimenti che si addicevano a una vergine.

ma Leandro capì che il fervore della femminile minaccia

nascondeva i segni di una vergine già persuasa:

le ripulse delle donne, infatti, spesso non sono che il propizio

avvio ad amorosi conversari. E baciando

il bellissimo, odoroso collo di lei, Leandro

parlò ancora col suo desiderio:

"O Cipri a me diletta dopo Cipri, Atena dopo Atena,

io non ti vedo una delle tante donne mortali,

ma come le figlie di Zeus Cronide. Felice

colui che ti generò, felice la madre che ti concepì,

e assai beato il grembo che ti portò... Ascoltami,

io ti prego, ed abbi pietà per l'amore che mi impone

la sua forza. Sei sacerdotessa di Ciprìde. Non è giusto che una vergine

serva Citerea, ché Cipri non si compiace di vergini...".

.............................................

Quel dolceamaro pungolo d'amore, lei già l'aveva

accolto, tanto da ardere in cuore di dolce

fuoco: turbata dalla bellezza dell'amabile Leandro.

E mentre lei teneva china la testa, lui,

con sguardo smanioso d'amore, non si stancava

di ammirare il suo delicato collo di vergine. Infine,

dopo i silenzi, più dolcemente, trovò parole da dire

a Leandro, il rossore facendosi sul suo volto quasi stille

purpuree: "Straniero, col tuo dire smuoveresti

anche una pietra. Chi ti insegnò tanta insidia?

E chi, ahimè, ti condusse a questa terra

che è la mia patria?...

.............................................

Ma dimmi, senza più nasconderti,

il tuo nome e la tua patria, visto che il mio ora ti è noto.

Eccolo: Ero è il mio inclito nome. Ed è casa mia

una torre famosa, che si leva al cielo, dove abitando

con un'unica ancella, per l'odioso volere dei miei

genitori, sulla riva ondosa che fronteggia la città

di Sesto, ho, mio solo vicino, il mare. Non voci

di fanciulle coetanee mi raggiungono, nè le musiche

delle giovani danze: soltanto e sempre, nel buio e

nell'alba, ai miei orecchi batte la voce ventosa del mare".

Così dicendo, di nuovo, le prendeva pudore delle proprie parole

e una sorta di biasimo, e la guancia sotto il manto celava.

Ma troppo era il desiderio di Leandro, che andava

meditando nuove mosse al certame d'amore: poiché Amore

è scaltro, quando bersaglia coi suo dardi un uomo,

procurando ferite che può sanare in fretta, ma all'uomo

di cui diventa padrone, può anche apportare un consiglio...

Venne, dunque, in soccorso all'innamorato Leandro. Suoi

furono i sospiri e le accorte parole, attraverso Leandro.

"O fanciulla, per amor tuo varcherò anche il mare

più furioso, anche se ribollisse di fuoco e l'onda

non fosse navigabile. Muovendo al tuo letto, non ci sarebbe

tempesta, col suo risonante fragore a procurarmi paura...

Sempre verrò a te, la notte, consolante consorte, a nuoto

attraversando l'Ellesponto dall'impetuosa corrente:

non lontano, infatti, io vivo, nel castello di Abido...

Tu soltando, dall'eccelsa tua torre, dovrai mostrarmi

di lontano accesa una lampada nelle tenebre, affiché

scorgendola io possa trasformarmi in nave d'Amore,

avendo quella tua lampada per stella... Al dolce porto

della tua patria giungerò, mirando a quel lume,

e non a Boote che tardi tramonta, non all'audace

Orione, né all'asciutto solco del Carro... Ma, bada,

mia cara, all'insidioso capriccio dei venti, che non abbiano

a spegnerla, la lampada, mia guida, se no morirei.

E ora, se vuoi conoscerlo, il mio nome, Leandro

io mi chiamo, marito di Ero dalla bella corona".

Così essi decisero di unirsi in occulte nozze,

e patto si scambiarono di attendere al notturno amore,

essendo la testimonianza della lampada l'annunzio degli imenei.

Lei protendendo la luce, lui varcando i larghi flutti.

Veglia pattuita d'insonni imenei... Si separarono

a malincuore: lei mosse alla torre, lui, per non smarrirsi

attraverso la tenebrosa notte, già scrutando i segni

di festa che languivano sulla torre, fu attento

al ritorno fra la gente di Abido dalle sponde scoscese.

Il desiderio degli occulti, notturni convegni s'era già

fatto attesa e l'augurio del talamo già una dolcissima ombra.

Ed ecco spuntare la notte e il mondo ammantarsi di buio,

agli uomini il sonno apportando ma non all'innamorato Leandro:

sulla riva del mare fragoroso di risacca, egli aspettava

il messaggio degli imenei, ansiosamente spiando che il segno

apparisse della lucerna fatale, promessa ardente di nozze.

Già alla vista delle prime ombre dell'inquieta notte, Ero

espose la lampada e al suo risplendere Amore di uguale

luce infiammò il cuore dell'impaziente Leandro...

.............................................

e dalla riva spiccò un balzo, affondando la sua nudità

nel mare; s'affrettava diritto verso la lampada ardente,

egli stesso rematore di sé, e passeggero, egli nave a se stesso.

Ero, intanto, portatrice di luce in cima all'eccelsa

torre, contro lo spirare dei venti funesti spesso faceva

schermo col manto alla lampada, finché a gran fatica

Leandro giunse al porto di Sesto... Portandolo alla torre,

già sulla porta lei abbracciò in silenzio lo sposo

ansimante, che stillava dal capo gocce di mare... E furono

nei recessi della sua stanza verginale, ora pronta

per le nozze. Tutto deterse Ero il corpo a Leandro e lo unse

d'olio che profumava di rose, cancellandone l'odore del mare;

e sul morbido letto stringendosi allo sposo

ancora ansante, gli rivolse parole innamorate:

"Sposo, che molto hai sofferto, come nessun altro

sposo avrebbe affrontato sfide, e già troppo t'afflissero

l'acqua marina e il fragore, assieme al suo odore pescoso.

La tua fatica qui sul mio seno deponi".

Queste le sue parole: e subito Leandro le sciolse

il cinto e adempirono ai riti della Benigna Citera.

E furono nozze, ma senza cori. E talamo vi fu, ma senza inni.

Nessuno invocò cantando la pronuba Era,

né il bagliore delle tede nuziali illuminò il letto:

né alcun piede si mosse in agile danza,

né il padre e la madre veneranda innalzarono imenei...

Stese le coltri, nell'ora del rito nuziale, solo il silenzio

preparò il talamo e l'ombra adornò

la sposa... Ah, nozze senza inni di imenei!...

Solo la notte, ai due, allestiva le nozze, e mai

lo sposo Leandro vide sorgere l'aurora sul fervido letto...

V'era ancora un respiro di notte e di imenei, quando

di nuovo nuotava verso il popolo di Abido di fronte...

Ed Ero dal lungo peplo, vergine di giorno, era sposa

la notte, di nascosto ai genitori: e quanto i due giovani

desiderarono che il giorno giungesse al tramonto!

Così essi mantenendo occulta l'inevitabile forza

dell'amore, si godevano una Venere furtiva.

Ma breve tempo durò la loro vita nella gioia,

né a lungo gioirono nelle loro ansie d'amore errabonde.

Quando arrivò la stagione del rigido inverno, agitato

agitando i vortici di impetuose tempeste, e i labili

abissi e i fondi del mare sconvolgendosi ai venti

furiosi, flagellando il turbine il mare tutto,

trasse il nocchiero ormai la nera

nave sull'asciutta terra, evitando

il mare procelloso e malfido ...

Ma non trattenne te, o intrepido Leandro, il terrore

delle marine tempeste: l'annuncio della consueta

luce che mandava il messaggio dalla torre, ti spinse

a sfidare l'altro, spietato, infido messaggio

della furia del mare... Al giungere

dell'inverno avrebbe dovuto l'infelice Ero starsene

lungi da Leandro e non accendere più l'astro fugace del talamo;

ma chi può sfuggire al nodo di amore e destino? E lei,

ammaliata, delle Parche accese le faci, non degli Amori.

Era la notte, allora, che più i venti, con tempestosi

flutti sibilanti, tutti insieme si avventano sul

mare che spazza via. E Leandro,

sul dorso del mare dal sinistro fragore, era

portato dalla speranza: della compagna ormai complice...

E già onda si rovesciava su onda, l'acqua

si sollevava in montagne, cielo e mare

in un tutt'uno di mischia, la battaglia dei venti esplodeva

da ogni parte... Contro Zefiro Euro spirava,

e Noto e Borea fiere minacce scagliava:

continuo rimbombo del mare in ribollente fragore...

Fra i gorghi implacabili, il misero

Leandro più volte pregò la marina Afrodite,

più volte lo stesso signore del mare, Poseidone,

e ricordò a Borea insensibile la sua attica sposa:

ma nessuno venne in soccorso, né Amore

tenne lontane le Parche. Sbattuto dall'impeto ostile

delle ondate che s'abbattevano da ogni parte, Leandro era

trasportato qua e là: gli mancò la forza fino allora instancabile...

L'acqua gli penetrò copiosamente in gola

ed egli pur lottando bevve a fiotti il mare amaro...

Intanto, crudelmente il vento spegneva la lampada infida

e insieme spense la vita e l'amore dello sventurato Leandro...

.............................................

E lei, Ero, non vedendolo arrivare, stava con occhi

insonni, con la sua grande tempesta di lacrime e affanni.

Venne l'aurora ed Ero non vide lo sposo.

Spingeva ovunque lo sguardo sul dorso sconfinato del mare,

sperando che in qualche luogo apparisse lo sposo smarrito

a causa della lampada spenta: ma poi lo vide, il morto

consorte, lacerato dagli scogli, a piè della torre... Si stracciò

sul petto la bella veste, con impeto

si lanciò a capofitto dalla torre.

Ed Ero morì con il morto consorte: e fu un'estrema

gioia vivere ancora, l'un dell'altro, l'ultima sorte.

(Museo, Ero e Leandro, trad. di Alberto Bevilacqua)

leggi i commenti

Byron... un ribelle ma dall'intelligenza fuori dal comune. Grazie per aver condiviso quest'opera.


---


Il mio sito sugli orologi da polso 

inserisci un commento
Nome(*)
Email(*)
Url:
Ricordati di me:

Scrivi nella finestrella le lettere e numeri che vedi nell'immagine