Cronache poeticheBlog di Alessandro Canzian |
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sabato, 10 maggio 08 22:58
KADDISH PROFANO PER IL CORPO PERDUTO, di Francesca Mazzucato
Budapest
Cene non consumate lasciate intiepidire, fiori sul davanzale, musiche zingare e quella donna del mercato, mi ballano accanto e in testa immagini di foto non scattate, di film mai montati, rimasti sospesi, chissà se qui, nella stessa caffetteria di ieri dove sono da un tempo immemorabile mentre il compagno è tornato alle terme che ha scoperto benefiche, chissà se a Budapest o in qualche altrove rimasto sulla retina e sulla fotocamera, qualche stazione con gli schermi montati ovunque, qualche metropoli esagerata, qualche paese passato con apparente distrazione, quanti dove? Quanti marciapiedi oltrepassiamo senza rendercene conto nella nostra affannosa fuga dal presente?
Filtri colorati, ponti, acqua e ancora ponti e monumenti, quali città, quali oggetti legati a quali posti mi chiedo, dopo aver finito un dolce alto e corposo. Poi mi viene uno strano pensiero, chissà se qui è possibile trovare il colluttorio Listerine, quello potente, di un colore verde acceso. Quello che uso sempre per sciacqui continui dopo i pasti e anche no.
Alla fine è la vecchia roba che ci fa da boa, nei viaggi di deconstruzione come questo. Le merci.
In centro, vicino alla basilica c'è un hotel di pessimo gusto per ricchi affaristi in visita veloce con annesso Las Vegas Casinò e c'è una grande farmacia perennemente aperta, sono sicura che le mie necessità da viziata europea dell'Europa preallargamento potranno essere soddisfatte e darò una sbirciata a quel casinò con lap dancers, l'esempio perfetto dell'evoluzione morbosa post cortina di ferro.
Capitalismo delle merci e dei corpi, se si vuole giocare il gioco è questo, e anche se puzza, bisogna turarsi il naso. Vuoi giocare Budapest? Hai già cominciato?
(stralcio del Romanzo Kaddish profano per il corpo perduto di Francesca Mazzucato, Azimut 2008)
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Questo romanzo parla di un corpo.
E gli scrittori grassi, poi, sono impresentabili.
(dalla nota di presentazione del libro, fonte: http://www.azimutlibri.com/dettagli/dettaglio_general.php?id=236# )
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Ringrazio innanzitutto la gentilissima Francesca Mazzucato per questo stralcio dal suo ultimo romanzo. Un romanzo che a quanto mi è stato dato di vedere ha la capacità di muovere a discussione e di far riflettere su un tema che sta in toto al di là delle nostre facili retoriche culturali. L’obesità come forma della solitudine umana. Un blog in particolar modo ha contato un susseguirsi di commenti come rimbalzi tra una riflessione all’altra, e non leggerlo tutto significa veramente perdere una buona occasione di crescita e umana e artistica. Il blog è quello di Massimo Maugeri, Letteratitudine:
L’aver focalizzato l’attenzione su una scrittrice obesa in un contesto intimamente e geograficamente decadente, fallimentare pur con una certa monumentalità (la scrittura da una parte, Budapest dall’altra), pone la Mazzucato tra quelle scrittrici (o scrittori, in genere) che cercano (e nel caso specifico riescono) di fare della vera Letteratura oltre ogni facile commerciabilità.
Non ci sono, pur volevo evitare i nomi, qui storie d’amore tra adolescenti e uomini maturi che poi vedono l’autore intervistato al tg5 in merito a un caso di rapporti tra una tredicenne e un trentenne… intervista che l’autore ha impegnato in invettive contro tale forma d’amore “che non dovrebbe essere”, ovviamente dimenticando ciò che poco tempo prima aveva scritto.
La letteratura ha conseguenze nella società, che lo si voglia o no. Certo il giro di oggi è lungo. Dal libro al film. Dal film ai lucchetti. Non possiamo nemmeno dimenticare le canzoni, forma di letteratura trasversale, uscite negli anni 60 e come tali canzoni hanno influito sul concetto e sui comportamenti dell’amore dei giovani del tempo. Molti tra di noi sono probabilmente (o decisamente) nati da quei concetti e da quei comportamenti (tanto per sottolineare i motivi per cui come uomini siamo stati concepiti… per cui esistiamo…. ovviamente tralasciando il concetto di Provvidenza che qui proprio non mi sento di abbordare).
Qualcuno potrebbe anche suggerire la vecchia questione del “è nato prima l’uovo o prima la gallina?” che di per sé, pur in una forma un po’ banale, in effetti esplora il rapporto causa effetto. In sintesi: è la letteratura che plasma la società o è la società che plasma la letteratura? Per quanto detto prima, credo sia ovvio, sono personalmente (pur opinabilmente) convinto che sia valida la prima ipotesi.
Francesca Mazzucato, per sua stessa ammissione, scrive di perdenti. L’impressione che ho tratto dalla conoscenza e dalla lettura (veramente poca, e me ne scuso) di questa persona è di una grande umanità, forse un poco nomade, un poco zingara (ma senza l’accezione negativa che ormai ha questo termine). Un’umanità che usa lo strumento letterario per scavare oltre che esplorare dentro l’essere umano cercando quei luoghi dove esso è più palese. Nei perdenti lei trova lo spoglio d’ogni vestito artificiale, trova la carne, trova la pena.
Lo scrittore in primis è colui che affonda le sue dita, da vero e proprio operaio (per cui un elemento indispensabile dell’essere scrittore è l’umiltà… e per questo semplicissimo dato di fatto possiamo ad alta voce dire che in Italia abbiamo pochissimi veri scrittori), nell’uomo cercando il suo cuore, la sua mente, la sua vita. Le letteratura è vita che cerca la vita. La letteratura estetica, commerciale, esiste ma non serve a nulla. La letteratura che parte come ricerca personale dell’autore e diviene strada facendo un percorso umano condiviso dal lettore… bé… questa non solo è letteratura ma è vera e propria storia.
Inoltre, devo ammettere, apprezzo questa finalità utile alla società in quanto credo che ogni cosa umana debba avere un significato costruttivo. È inutile il fine a se stesso. Il bello in sé non esiste. Esiste ciò che aiuta l’uomo (l’uomo, non tutti gli uomini… perché gli uomini sono troppo miseri per crescere… ci sono solo alcuni “pazzi” capaci di maturare veramente). E ciò che aiuta l’uomo è arte. Per questo, forse, anche il vero amore (se mai esiste) è una vera forma d’arte.
L'utilità di questo libro è, mi sento di dire, la sua volontà di ricerca. Una scrittrice obesa va al di là di tutti i canoni. Veri o sottesi che siano. L’anoressica è nel nostro immaginario la modella che, pur smagrendo, indirettamente mantiene nel corpo la memoria della bellezza sessuale (perché siamo sinceri… si tratta di bellezza sessuale… non di bellezza femminile) scorsa. L’obesa è invece il concetto di brutto che sta al di là di ogni possibile retorica. L’estrema magrezza viene nominalmente considerata brutto ma alla fin fine, per i motivi di cui sopra, non è il “brutto assoluto” ma un brutto che mantiene i “caratteri sessuali di un tempo”. L’obesa invece è brutta, solo brutta. In senso quasi universale.
E il brutto cos’è in fondo, in una società come la nostra che tutta si basa sull’immagine (perfino le guerre sono giustificate in nome dell’immagine), se non il dato che aliena dalla società? La società non accetta il brutto, non accetta il grasso, in maniera quasi razzista. E purtroppo la società è l’umano. Non possiamo esistere da soli in quanto la nostra unica possibilità per vivere è il coesistere, il convivere. Se la società ti aliena sei solo, e perdi il contatto con gli altri. Perdi l’umano.
È un distacco, una distanza questa, che la scrittrice obesa vive non solo nel suo sentire la solitudine ma anche nel suo cercare tale contatto. Di cui necessita come essere umano (ed esprime tale necessità anche nel ricordo delle avventure passate, pur fugaci, ma sempre rappresentative di un contatto umano) e ancor di più come scrittrice. Da cui il dramma del racconto che le nasce già imperfetto e in tutta la sua imperfezione, in tutto il suo deludente fallimento, viene percepito (si legga in particolar modo lo stralcio pubblicato in Letteratitudine: http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/05/05/letteratura-e-obesita-kaddish-di-francesca-mazzucato/#comment-30407). Sono due percorsi, questi, obesità e arte, che rimangono paralleli ma parlano dello stesso patema, pur in forme differenti. Il problema della scrittrice obesa è uno, i modi per esprimerlo in mano alla Mazzucato sono due. Metaforici l’uno dell’altro.
Devo ammettere però, come già nel blog del Maugeri (ed è doveroso sottolinearlo per far ben comprendere la provvisorietà di tali opinioni), che non ho ancora letto il libro in questione, il Kaddish, per cui mi baso unicamente sugli stralci disponibili e sui commenti conseguiti in Letteratitudine.
Però dallo stralcio che Francesca Mazzucato mi ha voluto passare mi è stato piacevole estrapolare qualche frase particolarmente emblematica. Sicuramente interessante.
Quanti marciapiedi oltrepassiamo senza rendercene conto nella nostra affannosa fuga dal presente?
Alla fine è la vecchia roba che ci fa da boa, nei viaggi di deconstruzione come questo. Le merci.
Queste due frasi prese da sole in qualche modo dicono le volontà dell’autrice. Un riflettere sulla sostanza della vita ma non in senso astratto, bensì in senso prettamente esistenziale. I marciapiedi della prima frase sono marciapiedi reali, non metaforici, sono il pezzo d’asfalto che tutti troviamo ogni giorno. La tangenza con il reale è fortissima. Non si tratta di riflettere semplicemente sulla vita ma di riflettere sulla vita vissuta non allontanandosi dal punto di partenza: la realtà, il marciapiede. In questa frase l’affannosa fuga dal presente rimane fissa nel marciapiede, rimane asfaltata in quella porzione biografica. Non rimane nella carta o nella mente di chi ha scritto.
La seconda frase invece è più poetica, a dire della vena sotterranea dell’autrice. Non un verso sia ben intenso, ma un sentire poetico che in qualche modo è intrinseco in chiunque, come la Mazzucato, scriva con una certa serietà. Serietà necessaria anche a chi legge per entrare veramente dentro il viaggio di deconstruzione che pone le sue basi sulla vecchia roba, sulle merci.
Gli anni giocano con il mio corpo e con le possibilità. Il recinto si restringe. È forse finito quel tempo che ricordo tanto bene, preciso e perfetto, quel tempo di percezioni ovattate? È finito per sempre o è solo in stand by?
Quando mi sento sola faccio tutti i numeri verdi che trovo sulle pagine bianche o su internet e ascolto le voci registrate o invento problemi inesistenti per scambiare due parole con quelli in funzione 24 ore su 24.
Vorrei un capoufficio, mi scopro a invidiare le amiche che hanno la scrivania, la carta intestata, la pausa pranzo e le ferie. Loro, sono nel sistema, il loro codice a barre è perfetto e nitido.
In questi tre stralci si focalizza bene il problema: la solitudine. L’alienazione dagli altri. In qualche modo, e religiosamente, si potrebbe dire dal prossimo. Che viene cercato in tutti i modi e a tutti i costi. Perfino chiamando un numero verde. Perfino sognando un lavoro diverso. Una solitudine cocente che cerca una giustificazione e in qualche modo, in questo singolo passo, non comprende che le ragioni del suo essere non si trovano in sé ma negli altri. E allora la scrittrice obesa incolpa il tempo che è passato più che scontrandosi soffrendo le increspature del nostro sistema culturale. Il tempo di percezioni ovattate non si esaurisce a causa del tempo che scorre ma finisce gettato dagli uomini per la loro ossessione all’immagine. L’immagine è tutto, una bella immagine dà garanzie e futuro. Una brutta immagine dà solitudine e vuoto. Un vuoto che Francesca Mazzucato, per quanto ho potuto vedere, ha ben esplorato alla ricerca di un capello, di un pezzo d’unghia magari, di un sintomo della presenza umana. Un’esplorazione che l’autrice (e questo l’ho ben visto nei suoi commenti.. e pur sapendo d’essere un nessuno io per poter fare un complimento, vorrei comunque porgere i miei rispetti alla scrittrice) fa anche al di là del suo libro, nella sostanza umana che la compone e di cui lei vive.
Loro, sono nel sistema, il loro codice a barre è perfetto e nitido.
Dice non solo la scrittrice obesa, ma tutta Francesca Mazzucato. E così dicendo afferma la distanza che lei ha volontariamente posto tra tale codice a barre perfetto e nitido e se stessa. Alla ricerca del vero codice a barre. Quello non perfetto e non nitido. Ma reale e vivo, umano oltre ogni retorica culturale.
Un plauso, dunque, un vero plauso a una vera scrittrice e a un vero essere umano in questa scrittrice.
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Francesca Mazzucato
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Dunque Francesca Mazzucato si è ridotta alla pubblicazione a pagamento? Azimut è un editore a pagamento. Conosco due persone che hanno pubblicato con lui e che hanno pagato: l’editore chiede l’acquisto di circa 100/150 copie su una tiratura di 600/800 volumi. Considerando che ad esempio il libro della Mazzucato costa euro 12,50 potete farvi facilmente i calcoli di quanto abbia pagato. Del resto nel blog della Mazzucato e nei suoi numerosi interventi in rete ormai di scrittura, degna di questo nome, non ne è rimasta traccia resta solo il suo livore. Sembra avercela con il mondo intero e chissà perché. Non credo che la sua si possa definire critica letteraria per non parlare delle sue pagine monotematiche (e, si mormora in rete, spesso copiate da altri autori). Ma per fortuna che, quando i veri editori rifiutano il tuo manoscritto, si trovano sempre gli stampatori a pagamento! Un caro saluto e complimenti per l’interessante blog. Giuseppina Violante inserisci un commento
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