Progetto per un libro

Blog di studio, o quant'altro, attorno a un libro di versi

Rima Rerum, di Antonio Vigilante

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םיעגי םירבדה־לכ dice Qohelet (1, 8). Tutte le cose sono - cosa? Cosa sono tutte le cose? In travaglio, dice la Bibbia di Gerusalemme. Ogni cosa si affatica, traduce la Diodati; per la Nuova Diodati richiedono fatica, le cose. E la Vulgata: cunctæ res difficiles. Il Lexikon del Gesenius dice: omnia verba fatigantur, fessa fiunt. רבד è in ebraico tanto la parola quanto la cosa. Fesse, spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono spaccate. Tutte le cose, tutte le parole sono aperte. La parola latina rima – anch’essa fessa, spaccata – può indicare questa essenziale apertura, questa spaccatura delle cose che si manifesta all’uomo che parla nell’assemblea.

Cosa vuol dire che le cose e le parole sono aperte? Vuol dire che non sono cose. È la fine del mondo, la sconfitta delle parole. La cosa sta al di là del mondo e al di là delle parole. Mondo e parola cadono, cedono alla provocazione che l’apertura

delle cose rappresenta.

Che ogni cosa sia aperta, fessa, spaccata non è annuncio di sofferenza, né di gioia. Il vangelo delle cose non annuncia cose belle né cose brutte. Al di là del mondo, tramontata la parola, frantumati i nomi, si esauriscono anche le possibilità della sofferenza e della gioia. Entrambe stanno al di qua dell’apertura delle cose, appartengono al mondo ed all’uomo di mondo. Un uomo che sta, aperto, nell’apertura delle cose, è uno cui è impossibile chiedere – come stai? O – dove stai? È un sugata, uno che è ben andato.

L’apertura delle cose non ha un come né un dove. Al tempo stesso, nell’apertura delle cose sta la possibilità della poesia. Ne è il luogo. Ne rappresenta il come e il dove.”



Così inizia Rima rerum, ultima fatica letteraria di Antonio Vigilante (Edizioni Del Rosone, Foggia 2008, rilasciato in licenza copyleft). Nato a Foggia il 23 dicembre 1971, vive a Manfredonia, dove insegna scienza sociali in un liceo. Ha pubblicato: La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Quartine, Edizioni del Rosone, Foggia 2001; Il pensiero nonviolento, Edizioni del Rosone, Foggia 2004; La barchetta di Virginia. Manifesto per una scuola improbabile, Rainone Editore, Bergamo 2006. Ha tradotto e/o curato: La carità carnale. Istoria di Suor Giulia di Marco, Rainone Editore, Bergamo 2006; G. Rensi, La religione. Spirito religioso, misticismo e ateismo, Sentieri Meridiani, Foggia 2006; M. K. Gandhi, La prova del fuoco. Nonviolenza e vita animale, Edizioni del Rosone, Foggia 2007.


Autore di non poco impegno intellettuale plasma il suo verso all'insegna della violenza insita nel varco delle parole. Nella Rima rerum. Violenza lessicale che in qualche modo non appartiene alla sostanza della parola bensì alla sua forma, che diviene in un certo modo maniera. È un costruire/ricostruire la realtà quasi a livello metafisico partendo dal varco dissolutorio delle cose, della realtà stessa. Dalla distruzione la ricostruzione in una sberla verbale che a una lettura appena appena più attenta non può che palesare il patema sottostante il verso.


La donna, questo amore quasi a livello di convissuto che riverbera nel rapporto lo stesso rapporto poeta/mondo, si fa in un certo senso via parallela e chiave di lettura di un ermetismo malcelato e malfigurato, molto probabilmente con sottile arguzia. Perché in effetti se qualche oscurità nelle immagini può essere accusata ecco accorgersi parola dopo parola che in queste pagine non si sta nascondendo nulla e che la difficoltà della parola non sta tanto nella parola stessa quanto nella realtà che la parola in qualche modo riflette e tenta di mutare. È la difficoltà del vivere e del mondo che crea una sorta di ermetismo sottilmente claudicante.


Sono versi, questi, sapienti e tenui nella loro violenza. Alla ricerca di una verità che sia oggettivamente esistenziale e soggettivamente filosofica. Una spiegazione del mondo, forse, della quale c'è però tanto bisogno. Forse troppo. Ma è il vivere che inevitabilmente pone e pretende le domande.


L'impotenza, la furia umana, Dio inteso come interpretazione infettante la realtà, l'assenza inaccettabile intesa come concetto, la radice umana, l'orrore, l'essere e il suo male, sono la tenebra che fuoriesce dal varco delle cose e che nella parola trova non tanto una prosastica collocazione quanto una sincera querela. Che indirettamente si fa moderna ricostruzione. Non so più dove sono, se è il mio occhio / che guarda oppure se mi guarda il mondo, / non so più se la cosa è cosa certa / se il nome è nome, se la vita è vita. Afferma l'autore in uno dei brani più emblematici dell'intera raccolta.


da Rime Rerum di Antonio Vigilante

(Edizioni Del Rosone, Foggia 2008, rilasciato in licenza copyleft)

http://rimarerum.altervista.org/antonio_vigilante_rima_rerum.pdf

www.edizionidelrosone.it

 


In memoria

di Franco Marasca


Deriva di frammenti i diecimila esseri

fragili cattedrali di materia

madre distratta e muta:

e illusoria la signoria del dire.

Parole intorno tentano le cose

finché cadono stanche di sé stesse

senza nulla toccare, poiché nulla

è il tutto e non c’è cosa

che possa innamorare una parola.

Lontana l’antica radice delle cose.





L’Ucraina, dicesti, ha immensi campi

di girasoli (solicelli li chiamano)

che cammini per giorni e non ne vedi la fine:

ridenti devoti raccolgono donano

la densa rete di gioia del sole.

Sospendono il giorno, allegri

e vi appendono una corda:

con coraggio t’arrampichi.

Io ti vedo svanire non so dove

solo coscienza di cose

del non essere cosa delle cose.






Non tolleriamo l’assenza. Questo è certo.

Qualunque cosa sia successa è certo

che noi non accettiamo alcuna assenza.





Sorprendo a volte nelle cose

una luce diversa, in cui risuona

una promessa o forse un’ingiunzione

(batte il tempo un ritmo nuovo

quel ch’è perso si ritrova.)

Mi chiedo se non sia d’un’altra terra

una terra oltre quella degli ulivi

più in là dei girasoli e le betulle.





Dalla tempesta dei diecimila esseri

uomini come foglie precipitano.

Pietosa l’antica radice li raccoglie

sciogliendoli dal nome e dal destino.





Siamo solo di passaggio” sorridi

la tua pelle di vetro la tua

carne d’acqua le tue ossa le tue

ossa di madreperla sorridi

e giochi con la sabbia e le conchiglie.





Fin dall’origine l’essere è male

tutto è insidiato consunto malato

promessa di dissoluzione

la radice che preme nel silenzio

richiamo al quale accorrono

festose le moltitudini dei vivi

festosi gli eserciti degli andati.





Ti cade una conchiglia la raccogli

ti rialzi mi sei di fronte la tua

carne d’acqua le tue ossa le tue

ossa di madreperla mi sorridi

piccola e trasparente.





Fin dall’origine l’essere è male

tutto è insidiato consunto malato

se si potessero uccidere i morti

tutto sarebbe davvero perfetto.





Nell’acqua mobilissimi voraci

con i denti aguzzi e feroci

lottano feriscono addentano

la tua pelle di vetro la tua

carne d’acqua le tue ossa

di madreperla la tua pelle

scorza, squame, grumo

orrore che nascondi con l’assenza.





Mi son dannato l’anima a cercare

conoscenza, saggezza, il senso ultimo

di tutto questo affare sulla terra

che ci toglie il riposo notte e giorno.

Ed ho visto che le opere di dio

tutto quello che accade sotto il sole

l’uomo non può comprenderlo: e chi dice

d’esser sapiente ed afferrare il mondo

più degli altri è smarrito ed impotente.

Qohelet, 8, 16-17.





E’ tutto uguale davanti al Suo volto

non differisce il giusto dal malvagio:

una vita si spegne come un’altra.

Ecco, la gente corre, un terremoto

distrugge case, fa crepare gente:

pianti, lamenti, preghiere accorate.

Lui non soccorre: guarda e se la ride.

Per suo volere il mondo è governato

da ladri, pazzi furiosi e assassini,

povera gente accecata da dio.

Job, 9, 22-24.





Fuggono nelle bocche tue terribili

a sfracellarsi il capo contro i denti:

come fiumi che muoiono nel mare

vengono nella tua bocca di fuoco

queste folle di uomini ed eroi;

come mosche consunte dalla fiamma

cadono in te, signore, per morire.

Tu lecchi, tu rapisci, tu distruggi

vite d’uomini e donne in ogni dove.

Di te, signore, brucia l’universo.

Bhagavadgita, XI, 27-30.





Contro il male dell’alto maledetto

verrà la cosa nuova verrà il tempo

nuovo verrà la nuova vita

verrà la nuova terra il nuovo uomo

ed ultimo, vagente ed innocente

verrà lo strappo grande in mezzo al cielo

lo stupro metafisico la pioggia

di sangue dopo il taglio del testicolo

divino verrà il tempo del silenzio

insolito insoluto ed insolvibile.





Cristo sale, s’acquieta, s’abbandona,

dove il mio-me dà fine alla sua fuga:

e depone lo scettro e la corona

e muore come l’ultimo dei cani.

Il mio-me lo circonda compiaciuto

vita che sopravvive al dio che muore.

Ma presto quella colpa lo travolge

torna alla fuga, s’agita, si sforma,

commuore come l’ultimo dei cani.

Resta l’essere limpido, mondato,

di là dall’occhio, di là dalla voce.





Stringe il pugno trattiene l’urgenza

la strada marmo nero non è vulva

accarezza il pianeta con i suoi passi

di capraio che piscia su cespugli

e lancia pietre al sole che tramonta


trattiene l’urgenza stringe il pugno

la notte fredda si stende su lui nudo

e si muove la notte e ansima e gioisce

trattiene e soccorre il serpente spirante

al centro della terra seppellito

sotto i nomi degli esseri e le cose


trattiene, stringe, non parla

con la notte disdegna la strada

passa leggero come una carezza

depone le sue ossa e la sua pelle

capraio serpente cielo assente

dove il mondo si snuda senzanome


riposa nell’origine scomposto

il suo nome sventrato suoni sillabe

silenzio e rantolo il suo corpo sciolto

atomi vuoto fuga arrampicata


la corda s’è spezzata l’arco pure

le fondamenta fragili del mondo

rose dai topi rose dal silenzio.





La casa di campagna abbandonata

affossata nel grano di febbraio

ha stanze vuote che ospitano il vento

e la cicoria, e la lumaca, e il cardo.


Ferita nella terra di febbraio

chiama all’odio di dio ed al silenzio

e non ha tetto, né consolazione.


È la mia casa, la mia disciplina.





E’ cresciuta l’erba tra gli ulivi.

Mio padre diceva che un campo dev’essere

tenuto ben pulito perché l’erba

ruba la vita agli alberi, ma a me

piace quest’erba tenera ed allegra

e rompo il guscio delle mandorle, e bevo

il vino e me la rido del tramonto

e della notte che inciampa nel mondo.





Sfinito sotto il sole, giallo, assorto

in un’indignazione vegetale,

lui tradito truffato dalla vita

sta il cardo di Maria.


Nel pomeriggio che cede alla sera

la sua protesta vince: tutto è preso

nella sua rete di dolore, tutto

è tormentato, smorto, sofferente.


Il mondo mi si sfalda tra le mani.


Il giorno aveva tutte le parole

i nomi delle cose le sostanze

certe, la terra il cielo, l’io e l’altro:

ma non ha retto a lungo la finzione.


Non so più dove sono, se è il mio occhio

che guarda oppure se mi guarda il mondo,

non so più se la cosa è cosa certa

se il nome è nome, se la vita è vita.

 

 

 

 

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